






|
 |
Per gentile concessione della
Regione Toscana (Copyright 1992). Dal libro "LA SPERANZA TRADITA"
a cura di Ilda Verri Melo, in collaborazione con il Comitato regionale toscano
dell’ANED Pacini editore s.r.l Pisa, riportiamo le testimonianze di alcuni
superstiti:
L’arrivo al campo.
Dalla stazione dove si scese a Mauthausen ci sarà stato
due o tre chilometri. Io con le scarpe mocassino, con il freddo si vede
i piedi mi s’erano un po,’ persi una scarpa! Sicchè mi si congelò un po’
il piede, e con il Picchi gli facevo: "ma il piede ce l’ho?" " E tu ce
l’hai" " Ma non la sento più". Sa a camminare sulla neve. S’arrivò e ci
gnudarono tutti di ogni cosa: orologi, catenine, vestiti, e ci rasarono,
ci fecero il bagno: Ci mandarono l’acqua calda, poi diaccia e s’avvio
a capire.
Bruno Paoli
Appena si arrivò ci tennero un giorno fuori, al vento. Era un freddo, mi ricordo… poi ci pigliarono a gruppi di cinquanta e ci calarono giù. Gnudo come un baco, mi mandarono di lì, mi passarono di là… c’era questi barbieri improvvisati, pelavano, raschiavano. Si immagini un po’ un ragazzo che si trova tre giorni prima a essere qui e poi si trova laggiù! Poi il bagno: ti mandarono l’acqua calda, tutto ad un tratto, la diedero diaccia… uno scappo di sotto, mi ricordo, si mise sul muricciolo da una parte, la fece la sua! La prima volta ti rimane impressa perché tu vedi proprio la violenza fatta dal vero, tu vedi quello, pare una iena, gli si scatena addosso. Te tu vedi soltanto degli occhi cattivi, di ghiaccio… che prima erano esseri umani, poi abbrutiscano. Sicchè tutti zitti… si divento tanto piccini.
Fiorello Consorti
Ci aprirono i vagoni, ci fecero scendere; tutti si raccattava neve e si mangiava, per la grande arsura che s’aveva addosso. C’era., mi ricordo un uomo anziano, di Prato; fece: "io ci sono bell’e stato, sono stato nella guerra mondiale, icchè non ho patito qui… ora forse sarà differente" sa, per non ci cosare. Allora io dissi: "mah, si starà anche male, però si sente qui della carne arrosto, presto così la mattina si fanno le bistecche sulla gratella…. Tanto male.. almeno da mangiare c’è" . Tutti dissero: "eh si, si t’hai ragione Castellani, t’hai ragione, si sente". Dopo noi s’è saputo. E via, s’arrivvò: c’è questa rampetta e poi c’è una pianura, e ti veggo questa grande fortezza tutta grigia. Ecco avviai l’impressione che dissi: "qui tanto bene la un và a finire". C’era la neve, mi ricordo, c’erano i deportati a spalare, erano tutti vestiti a strisce. Dissi: 2 mah, ma quelli lì che gl’enno ? O gl’enno banditi , galeotti…". Era tutto nero il portone, allora. Si spalanca, s’apre: montagne di morti…… che vuole, non s’era mai visto nel nostro mondo; lì per lì non capii, poi dissi: " no sono morti, non si capisce più nulla…. qui siamo all’inferno".
Roberto Castellani
Arrivammo a Mathausen… pensai: guarda, per l’appunto io ho fatto la stessa fine del mio povero babbo! Perché il mio povero babbo nella guerra ‘15-’18 guarda caso, fu proprio prigioniero nel campo di concentramento di Mathausen, sicchè dicevo tra me: guarda la storia si ripete, lui è stato quaggiù e io sono venuto a finire quaggiù. Si vede che era un destino, il destino non si sfugge, è quellolì, segnato. E poi pensavo: quella povera mamma l’ho lasciata a casa, la non sa, ecco, il pensiero icchè fò, ma non poter dire niente a quella maniera lì, insomma era una cosa…
Aldo Becucci
Il campo. KZL
Noi s’eramo isolati da tutti… voglio dire , un contatto con persone al di fuori della deportazione…. Qualche volta veniva L’SS con questi privati a vedere il lavoro come andava, ma noi non ci guardavano mica, anzi bisognava stare a distanza, con la paura di toccarne. L’idea di pensare a una donna in quei giorni non ci potava essere perché ti levarono subito i fronzoli dalla testa al momento che ci mandarono in contumacia a Mathausen: lì ti misero subito al di fuori della vita… Perché fra l’altro, anche se ci fosse stato contatto con le donne, io penso, i primi tempi forse, , ma dopo si deperiva sempre di continuo, e poi fra l’altro non ce ne stati: io almeno, no io, tutti quelli deportati come me non c’è mica stato contatti con i privati… S’aveva altre idee per la testanoi lì, ci s’era bell’e accorti che s’era in un posto che la maggior parte si doveva morire, non c’era possibilità di scampo; che noi s’è avuto fortuna, questi pochi che siamo tornati.
Bruno Paoli
Dopo la quarantena ci mandarono a Ebensee… Nel passare sulla ferrovia- Ebensee è un paese di sogno, è un paradiso praticamente- si disse: " ma guarda c’è un lago l’è una cosa spettacolare, ma guarda che bel posto che siamo finiti: si lavora, la domenica quando si fa festa si va a pescare". S’arriva alla stazione, ci incollonano per cinque, la popolazione la scappa tutta; s’arivva su al campo, c’era tutti gli spinati, i fili spinati….. e s’andò via subito tutte le idee s’era avuto durante il viaggio.La grande maggioranza dice, la grande maggioranza dei tedeschi ora dice: "noi s’era all’oscuro". No, voi lòo sapevate che esisteva queste cose, solamente v’avevi paura di finire anche voi in quei cosi lì, e io vi posso capire e vi capisco, perché entrare lì voleva dire morire. Ecco, io quando ho preso delle discussioni, anche con loro, gli austriaci, i tedeschi, e con tutti, io ho sempre detto :" voi lo sapevate di queste cose, solamente v’avevi paura e v’avevi ragione ad aver paura; non è mica vergogna aver paura , anzi".
Roberto Castellani
Non ci tennero mica quaranta giorni: si sarà stati quindici giorni, io penso… E in quei quindici tutti gli indumenti che s’avevagiorni sempre quel lavoro lì: fuori e dentro, fuori e dentro, lì non c’era da lavorare: Ci temperarono a quel modo, poi ci spedirono a Ebensee.
Giulio Calamai
Ci fecero lasciare tutti gli indumenti che s’aveva noi, ci diedero una camicia di cotone e ci mandarono in quarantena. Era un blocco che costì si doveva dormire tutti per fianco, così: no sulla schiena, tutti per fianco a questa maniera. E fortunatamente non ci si stiede tanto, quindici, venti giorni, non di più; la sera alle cinque ti mandavano a dormire apposta per farti soffrire, perché tutta la notte in quella posizione lì, in terra , non s’aveva nulla . Arrivava il capo blocco, diceva uno due tre, e al tre bisognava buttarsi giù, altrimenti entravano dentro con quelle nerbe e ti massacravano. Le prime volte quello non sapeva nemmen nulla, cercava, andava a buttarsi e posto non ce n’era più, rimaneva ritto. Poi da ultimo, quando si vide il sistema che avevano loro…
Aldo Becucci
Ci tennero trenta giorni in camicia e in mutande; dormivamo in terra ed eravamo sette ottocento per baracca, c’erano anche anziani, e dormire in quello stato, in terra, si lamentavano la notte. I tedeschi non volevano sentire questa nenia e che facevano? Tiravano la sistola dell’acqua ghiaccia e ci facevano fare il bagno a tutti; sennò si divertivano a camminare sopra di noi: noi a terra a dormire e loro con gli scarponi sopra la gente, sicchè ne ammazzarono diversi: La mattina alle cinque ci facevano spogliare e ci buttavano fuori all’aperto. Nudi, tutti nudi a quella maniera, e si divertivano a buttar le sigarette ai prigionieri -io non fumavo- e si divertivano a vedere tutti addosso a quelle sigarette.
Gino Fioravanti
Dopo tre giorni ci dettero un indumento, il primo indumento che ci dettero fu un cappello e noi si disse :" o come mai ci danno un cappello?". Ma c’era uno scopo: ci portavano fuori della baracca, ci mettevano in fila , dalle otto le mattina alle undici, facendo sempre cappello giù cappello su, levarsi il cappello e metterselo. E noi si diceva: " o come mai fanno questa cosa qui?". Loro facevano… eravamo già entrati nel meccanismo di fiaccarci mentalmente, di levarci la voglia di resistere, la voglia di vivere. Poi tutti nudi sempre, l’era una cosa proprio di dire: "ma si, ma è meglio morire ormai" avvilirci, ecco. E questo durò parecchi giorni, poi ci dettero un paio di mutande e una camicia.
Roberto Castellani
Il lavoro nel KZL.
Sempre lo stesso lavoro, sempre a portare longarine su per le montagne e ogni tanto o io o un altro cascavamo in terra. Sono andato anche in cava io… Sorvegliati dalle SS. Quando c’era la Wehrmacht eravamo dei signori, ma quando c’erano le SS erano botte. Anche duravte il tragitto che s’andava a lavorare, quando uno non ce la faceva più, con i moschetti giù nel groppone: quelli erano delle bestie, dei banditi inumani; invece la Wehrmacht mai che abbia detto qualcosa!
Giulio Calamai
Lavoravamo con il martello pneumatico per perforare la montagna e purtroppo a volte si trovava l’acqua .Una notte io e il povero *** si stette otto ore sotto l’acqua: si trovò una vena d’acqua e si doveva passarla, sicchè si lavorò otto ore io e lui con l’acqua che ci grondava addosso, in pieno inverno, eh si parla di dicembre-gennaio.
Bruno Paoli
Non c’era possibilità di salvezza, perché lei la capisce, tutti si parlava una lingua diversa, quindi non ci si capiva. S’aveva da alzare quelle longarine lunghe, non so quanti metri saranno state; ci mettevano tutti in fila , ci dicevano: "uno, due, tre". Quello che capiva, quello che non capiva, quell’altro non capiva, che succedeva? Mezzi si rimaneva sotto, perché non ci metteva tutti la forza a tempo.
Aldo Becucci
Si lavorava nelle cave di pietra: C’era un freddo, un’invernata triste come quella dicevano l’era cinquant’anni non l’avevano vista. Un vestito a strisce , ma tutto bucherellato, un berrettuccio e una camicia strappata: c’è chi l’aveva bona e chi tutta strappata; ai piedi un paio di zocoli, senza calzini, e via. Quando pioveva, quando nevicava, sempre all’aperto; poi tu tornavi la sera tutto molle, tutto bagnato, e la mattina avevi la solita roba, perché non tela levavi nemmeno, non c’avevi mica da cambiarti. Ci cambiavamo due o tre volte l’anno, ma per cambiare, disinfettavano e poi te la rendevano: ci s’aveva la piastrina con il numero, la si attacava alla roba. E poi facevano fare il bagno: se andava bene tu uscivi, se andava male ci morivi, perché si divertivano a mandare l’acqua abbollore, ti scartavano tutta la schiena, e poi l’acqua diaccia… Sicchè ne moriva tanti, tanti.
Gino Fioravanti
|