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Per gentile concessione della Regione Toscana (Copyright 1992). Dal libro
"LA SPERANZA TRADITA" a cura di Ilda Verri Melo, in collaborazione
con il Comitato regionale toscano dell’ANED Pacini editore s.r.l Pisa, riportiamo
le testimonianze di alcuni superstiti:
La cattura
Fu fatto questo sciopero a Prato a allora cosa successe ? Da Firenze partì l’ordine di rastrellare dalle quattrocento alle seicento persone, operai pratesi, e fu fatto questo rastrellamento. Mi fermarono i republichini, dice: "documenti", sicchè gli detti la carta d’identità; dice" favorite in Fortezza per accertamenti". A metà strada in S. Francesco, vidi il mi’babbo che era con degli amici. " Icchè t’ha fatto, icchè t’ha fatto?" " Nulla, va via a casa o vengono a pigliare anche te: vedrai quando s’è chiarito…." Ci portarono in Fortezza, poi via via arrivarono gli autobus e ci portarono a Firenze. Io per strada a quei ragazzi dicevo, c’era uno di fondo e uno di vetta, "cerchiamo di scappare" e siccome avevano preso i documenti, s’ha i figlioli, s’ha la famiglia, faranno le rappresaglie, si starà a vedere icchè ci fanno". A Firenze ci consegnarono ai tedeschi. La sera verso le cinque ci misero tutti in fila e ci portarono alla stazione di Santa Maria Novella; ci misero quaranta in ogni vagone, di quelli piombati ci metton le bestie. E di lì si avviò, diciamo così, l’avventura della deportazione verso la Germania.
Bruno Paoli
Ero impiegato a Prato. Fui preso il 7 marzo del ’44, mentre tornavo a casa dal lavoro; io non mi preoccupavo di niente, perché avevo i documenti in regola , e gli dissi " guardate, io sono del ’24 però c’ho i documenti attestanti che io sono rivedibile". Dice: "Si, si va bene, aspetti qui, tanto tra cinque minuti viene il comandante, glielo dice a lui e lui gli spiegherà…" , ma questo comandante io l’ho ancora da vedere. Venne il pulmann da Firenze. C’erano altri compagni di Prato, s’era un po’ stupiti, si diceva: "anche te t’hanno preso , anche te t’hanno preso?". Non si sapeva nemmeno raccapezzare perché. Secondo il mio punto di vista, loro non guardavano nè politicamente, né l’apoliticamente: prendevano tutti, ecco, indistintamente, perché dovevano consegnare quel certo numero di persone. Poi, quando si principiò a parlare un po’ di tedesco, anche con la Wehrmachht, anche loro si meravigliarono, perché s’era tanto giovani, gente che aveva sedici, diciassette anni…Dice :" o come avete fatto a finire in questi campi di concentramento?". Da ultimo noi gli spiegò, e loro dicevano: "ma come? Ma voi Italiani non vi volete bene nemmen fra voi?". Perché noi ci presero i repubblichini!
Aldo Becucci
Sciopero era una parola nuova per noi giovani, perché sotto le dittature non esiste far sciopero, e quando ci dissero di fare sciopero ci restò quasi una cosa incomprensibile. Il comitato di resistenza qui nel pratese, d’accordo con tutto il comitato nazionale, decise di fare uno sciopero e per ragioni organizzative, qui in Toscana lo sciopero iniziò il 3 marzo, mentre in alta Italia fu fatto dal 1 al 3 marzo. La mattina del 3 marzo io mi levo alle cinque, entravo alle sei al Lanificio di San Martino. Arrivo in via Roncioni e c’è un picchetto di persone con un mantellone nero; mi fermano, dice"indò tu vai?" " A lavorare" " Si, guarda, è sciopero, se tu credi, sarebbe meglio tu tornassi a casa"… e a quel punto io tornai a casa. Si seppe nei giorni successivi che lo sciopero era perfettamente riuscito. L a mattina del 7 marzo ci fu un forte bombardamento a Prato, allora noi- s’eravamo giovani-si dice: "s’ha a andare a vedere i bombardamenti che è stato a Prato" . Si viene, si guarda tutto poi alle cinque ci si mette in cammino per tornare a casa. Quando s’arriva in Piazza S.Francesco si trovano due repubblichini, e forse lui sapeva di già quello che o doveva succedere dopo, queste cose le vengono negli anni, tu ci rifletti, il carabiniere disse: " ma un momento, ma guarda, questi sono ragazzi, hanno diciassette anni, perché si deve pigliare anche loro? Mandali via." E allora gli rispose il repubblichino, proprio con queste parole, disse: " sta zitto perché sennò tu ci vai anche te", ecco le parole…
Io l’ho capito dopo; lì per lì non ci feci caso, dissi: " ma non s’è fatto nulla, non ci faranno mica, che vuoi che ci faccino"… non si pensava neanche, anzi l’era quasi un momento di spirito d’avventura..
Roberto Castellani
Eravamo sfollati a Santa Lucia e una mattina venni a Prato a veder cosa era successo, perché avevano bombardato… se la casa era intatta. Quando arrivai in Piazza S. Marco mi fermò un fascista, una camicia nera, dice: "dove vai?" "Io vò così e così, vò a vedere la mia casa" " Ma non si puole: aspetta costì". Fermarono altri quattro e ci portarono al Castello dell’Imperatore. Quando mi fermarono c’era un ragazzetto che era sfollato anche lui lassù, eravamo in bicicletta, gli dissi: "diglielo al mio babbo che m’hanno preso, così e così, che sono qui". Disse il repubblichino: "ma tanto, tra poco vi rimando indietro". E questo ragazzo non glielo disse subito al mio babbo… quando glielo dissero eravamo già partiti da Firenze, non ci s’era più.
Gino Fioravanti
Il viaggio
Il viaggio fu un viaggio che non ci si credeva mai. C’era un certo Gelli che era stato prigioniero nella grande guerra coi tedeschi, e ci diceva: "ragazzi, ve ne accorgerete andare prigionieri". Ma noi si diceva: "Gelli, voi vu siete stato nel ‘16-’18 prigioniero, ma ora siamo nel ’44 voglio dire sarà cambiato tante…" . E sembra che volesse buttare un fogliolino di sotto dal finestrino per far sapere che l’avevano preso: uno delle SS lo vide, gli tirò alla testa: sentii fare, zig. Sicchè si disse: "s’avvia bene!".
Bruno Paoli
Nel vagone con me eran quasi tutti di Prato. C’era un certo xxxx che è mortolà; quando siamo arrivati a Linz mi ha detto :" Vannini qui si va a Mauthausen" " Come tu fai a saperlo?". Questo c’era già stato nella guerra ‘15-’18 prigioniero.
Dorval Vannini
Era una bella giornata di sole, io avevo i calzoni alla zuava, come costumava allora, e un paio di scarpe grosse. Dissi :"guarda, meno male mi sono messo le scarpe quelle più bone…", un bel paio di scarpe erano, si diceva di vacchetta, noi; dissi: "queste qui sono resistenti, se ci portano a zappare…". Sui vagoni c’era scritto, questo me lo ricordo benissimo, c’era scritto con il gesso: operai volontari per la Germania. S’entrò nel vagone; in fondo ci sarà stato cinquanta chili di pane, di quello tedesco, poi c’erano dei bussolotti di pasta d’acciughe. Presi questo pane-avevo una fame – l’aprii nel mezzo con le mani misi questa pasta d’acciughe e lo mangiai. Poi dissi: "ora ci sarà da bere…, ci sarà da bere?" Non c’avevano messo nulla da bere: ecco, s’avvio a soffrire da allora. Quello fu proprio un volere… un’organizzazione della sofferenza altrui. S’arrivò a Prato s’eramo tutti sbarrati; si sentivano arrivare altri treni, scendevano le persone, dicevano: " o icchè c’è in quel treno? Icchè c’è?…. Operai volontari per la Germania, in quei vagoni lì ?" . Si avvicinavano queste persone, e si sentivano le SS le rimandavano via, le facevano scappare. Qualcuno cercava di buttare bigliettini….No, tentativi di fuga per essere sinceri, io voglio dire la verità, c’erano dei livornesi che avevano idea di scappare, però i nazisti erano furbi e intelligenti - lasciamo fare che l’intelligenza sua l’avevano messa al male- ma erano intelligenti. Presero uno, il più anziano dei nostri, e dissero :" Te tu sei il responsabile: quando si apre il vagone si conta, manca uno, tu paghi te". Allora questa persona, mi ricordo, era sempre acontare… Ma come si fa a scappare di lì
Roberto Castellani
La fame
Avanzava un pezzo di pane a uno perché moriva, gli si pigliava, non si badava mica: gli si levava di bocca quando si vedeva che moriva. Non si pensava al male che s’andava incontro.
Bruno Paoli
S’andava a spalar neve. Il capo era un ometto richiamato; io mi mettevo sempre in fondo, perché s’era imparato che lui aveva sempre a tracolla il suo mangiare. Allora io mi presentavo, mi levavo il cappello per portarglielo io, perché sapevo che poi alla fine se avanzava la buccia mi chiamava e mela dava.
Dorval Vannini
A Ebensee si andava giù, ai campi di cava, a portare della roba. Qualche volta si portava il legno, e ci si difendeva, ma il peggio era quando si portavono le longarine, come si faceva? Ogni tanto rimaneva schicciato uno. E dapprincipio s’ andava abbastanza bene perché c’era un pochino da mangiare: zuppa di patate con quei wurstel, tre o quattro patate e un pezzetto di pane, ci si difendeva. Quando principiarono a darci la zuppa di rape fu il crollo di tutte le persone. E per la verità, se la coscienza… uno deve dire la verità, quando arrivò gli ebrei fu quasi la nostra salvezza, perché dapprimo se la rifacevano tutta con noi, traditori e compagnia bella. Dopo quattro o cinque mesi arrivò gli ebrei e allora se la rifecero con loro: loro, che c’hanno a che vedere anche loro? Sono gente umana uguale a noi, possono essere di che razza gli pare, però a vedere una strage di quel genere. Tutti quelli che arrivavano dovevano morire, era una strage tutti i giorni, era uno scandalo. Loro il mangiare poco o punto, compagno a noi erano rifiniti loro!
Giulio Calamai
C’era Anacleto Ciabatti e il figliolo, Maggiorano. Faceva Maggiorano al babbo: "babbo, mangialo te il pane, tu sei il più vecchio, tutto te". E il babbo: "no, tu sei il giovane, tu lo devi mangiare te!" insomma una discussione. Allora bisognava entrare in mezzo noi e si diceva: " ma siete pazzi ? Ognuno piglia la sua razione, non siamo mica fuori, qui bisogna tirare ognuno per conto suo"… Però io riconosco, oggi, che un babbo…. Quanto avrà sofferto! Morirono tutti e due ad Hartheim, mi ricordo, di settembre. Erano tutti allegri :" Roberto, Roberto ci hanno selezionato, ci mandano in un ospizio, in un ospedale: oh, s’è finito di partire". E io, ecco, in quel momento ebbi una stizza, non di risentimento, però mi sarebbe garbato andare. Dopo, con le inchieste fatte da noi, s’è saputo che il babbo è morto il 4 ottobre e il figliolo il 10 ottobre, in una camera a gas. La sera che ci liberarono s’era quattro, non si volse vivere nel campo, s’andette a dormire nelle baracche delle SS; nel paese avevano paura, ma noi non gli si fece nulla, eh. Solamente si chiese da mangiare e ce lo dettero: patate, carne, ci dettero tutto. Si disse :" stasera si fa da mangiare buono". Si prese una pentola, si misero a cuocere la patate con la carne e tutto. Tutti e quattro si guardava quelle bucce e si guardava la pentola, poi si fece tutti insieme: "ma che si buttan via quelle bucce?". Ecco, le si lavarono e si misero dentro: si mangiò bucce, patate e tutto insieme. Non lo so, la paura di restare un’altra volta senza cibo…
Roberto Castellani

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