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Il Rastrellamento e la Deportazione

Marzo 1944.

A Prato i primi arresti in seguito allo sciopero generale del 4 Marzo avvennero il giorno stesso:
Hitler aveva impartito l’ordine che in Italia il 20% degli scioperanti doveva essere deportato in Germania nei campi di sterminio.
Quindi i fascisti Pratesi si diedero da fare subito.

La prima azione fu di andare a cercare nelle abitazioni dei sospetti antifascisti, poi fu organizzato un rastrellamento meticoloso, con un imponente schieramento di forze per lo sbarramento degli incroci principali della città: porta al Serraglio, piazza S.Agostino, piazza Mercatale, piazza S.Marco, piazza delle Carceri, furono luoghi utili alla cattura dei passanti.

Prato, secondo i calcoli del Fuehrer doveva fornire 1900 uomini validi al lavoro per il terzo Reich, da portare al macello nei lager nazisti e i fascisti Pratesi non andarono tanto per il sottile.
Misero con le spalle al muro ragazzi e persone anziane, sani e malati, l’importante per loro era fare numero, poco importava se avessero partecipato o meno allo sciopero.
E così la città di Prato pagò il suo prezzo per quell’atto di ribellione verso i tedeschi.

Molte persone furono catturate il giorno 7 in Piazza S.Agostino, sconvolta dal bombardamento della metà del giorno, altri dalle ronde volanti che partendo dalla Fortezza, sorprendevano i malcapitati ovunque fosse possibile.

Le aziende furono obbligate a consegnare l’elenco dei dipendenti che avevano scioperato:
il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Vivo si recò con i suoi militi allo stabilimento di Leopoldo Campolmi dove, assente il titolare, chiese al portiere Foresto Meucci e al capofabbrica Brino Brini, l’apposito elenco degli operai.
Il maresciallo chiamò quelli che avevano scioperato e ne portò via 14.
Allo stabilimento di Vasco Sbraci i fascisti si recarono mentre gli operai erano alla mensa, li chiamarono nel piazzale e fecero due gruppi, poi quelli che avevano scioperato furono fatti salire sull’autobus che attendeva fuori e portati via, ma lo Sbraci riuscì a farli rilasciare.
Ultima incursione dei fascisti fu al lanificio Lucchesi, dove presero 18 operai che avevano scioperato e li portarono via.
Dal Lucchesi lo sciopero era stato totale, ma molti riuscirono a scamparla fuggendo da una porta secondaria.

Tutti i fermati di quel giorno furono portati in autobus alle scuole Leopoldine, a Firenze in Piazza S.Maria Novella, svuotando quasi completamente la Fortezza.

Tutti subirono interrogatori e un trattamento che non destava illusioni.
La destinazione era la Germania nazista .
Molti però con vari stratagemmi riuscirono a farsi rilasciare, ma per gli altri la sorte era segnata.
Le camionette tedesche cominciarono a fare la spola tra le scuole Leopoldine e la stazione di Firenze. Poi il triste convoglio partì. Oltre i cordoni delle SS i fascisti urlanti insultavano le persone deportate, sputando loro addosso

Il primo pensiero delle persone sul treno fu quello di informare i propri familiari, così centinaia di bigliettini furono affidati al vento affinchè qualcuno potesse raccoglierli e portarli a destinazione.
Il convoglio transitò per Prato che era buio e la stazione deserta.

Su quel treno c’erano insieme agli operai rastrellati nelle strade e nelle fabbriche, professionisti, artigiani, commercianti, detenuti politici e comuni prelevati nelle carceri, tutti vestiti nei modi più vari a seconda del momento della cattura, stipati nei carri piombati ancora sudici per il materiale trasportato in precedenza, con i finestrini sbarrati dal filo spinato e la disperazione nel cuore.

La mattina il treno sostò alla stazione di Monzuno-Vado e lì ci fu la prima tragedia:
una SS imbracciò la propria arma e sparò sul mucchio in un vagone fracassando il cranio ad un operaio di Montemurlo, cominciando a seminare il terrore fra gli uomini ammassati come bestie su quel treno.

A Verona fu agganciato qualche altro vagone, poi lentamente il pesante convoglio partì; l’11 marzo giunse alla stazione di Mauthausen in Austria. Sudici, stanchi e stremati, appena scesi dal treno, furono incolonnati verso la collina sulla quale sorgeva il lager, tra la neve alta e l’abbaiare dei cani delle SS, la mesta colonna entrò nel campo che i tedeschi chiamavano Macinaossa.
Non era che l’inizio della tragedia che i nostri concittadini avrebbero subito.

Quanti erano i cittadini pratesi che quel giorno arrivarono a Mauthausen non è semplice stabilirlo:
Negli anni '80 la ricerca di Michele di Sabato consentì di rintracciare i nominativi di 136 deportati dal pratese, ricostruendo il trasporto, cioè l'elenco delle persone che partirono l'8 marzo 1944 dalla stazione di S. Maria Novella di Firenze e arrivarono il giorno 11 a Mauthausen, integrato con i nomi di altre 4 catturate e deportate in momenti diversi. Di quei 136 deportati soltanto 20 tornarono a casa.

Il 24 Marzo una parte dei deportati pratesi furono destinati a Gusen e il 25 altri furono mandati a Ebensee.

E mentre i deportati nei lager morivano come le mosche per il deperimento, per le malattie, le torture o bruciati nei forni crematori (foto forni 79 Kb), i loro familiari venivano ancora illusi dai fascisti pratesi.

Ma non c’erano illusioni.
Morirono quasi tutti: a Linz, Gusen, Mauthausen, Ebensee, Hartheim, nel cui istituto di eutanasia si andava solo per essere uccisi o cremati.

Morirono quasi tutti:
di tifo, deboli, malati, nelle camere (foto docce 54 Kb) a gas (foto gas 54 Kb)o con una puntura di benzina al cuore.
Morirono, fino quando il mostro nazista non fu definitivamente travolto e i suoi avversari invasero il suo territorio e scoprirono i suoi tremendi e vergognosi delitti.

Gli americani giunsero a Mauthausen il 5 maggio, poi liberarono anche Gunsen e Linz.
Il lager di Ebensee fu abbandonato dalle SS il pomeriggio dello stesso giorno. I tedeschi avevano preparato le gallerie minate per uccidere - prima dell'arrivo degli americani - tutti i prigionieri del lager di Ebensee. Le SS invitavano i prigionieri ad entrare nelle gallerie, per fortuna la cosa era nota nel campo e così tutti si rifiutarono evitando la morte.
I deportati italiani lasciarono il campo il 15 giugno con destinazione Salisburgo, da dove con mezzi di fortuna tornarono in Italia.

Solo 20 pratesi sono sopravvissuti a questa tragedia e sono riusciti a tornare in città.

Alla città di Prato è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare per attività partigiana il 9 maggio 1994.
Nel decreto del Presidente della Repubblica si legge tra l’altro:
"La volontà di libertà fu esternata particolarmente in occasione di uno sciopero generale durato cinque giorni che causò la vendetta dei nazisti e la conseguente deportazione di molti cittadini."

La fortezza

All'interno del Castello dell'Imperatore, dove oggi d'estate andiamo al cinema, vi era il comando della GNR - Guardia Nazionale Repubblicana. (foto 71 Kb).

Lo Sbraci

Lo Sbraci era un noto fascista, ma si adoperò per far liberare i propri operai e ci riuscì con successo.

Il Lucchesi

Dopo la liberazione vi fu un lungo processo sulle responsabilità del Lucchesi sulla deportazione dei propri operai. Il Lucchesi fu assolto in istruttoria.

Il maresciallo Giuseppe Vivo

Il maresciallo Giuseppe Vivo sarà ucciso dopo la liberazione. Di questo delitto fu ritenuto responsabile Marcello Tofani detto Tantana , condannato a 18 anni di reclusione il 27 Marzo del 1953.