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La Battaglia di Valibona

3 gennaio 1944.

Fascisti!
Fascisti dappertutto!

I partigiani stavano dormendo nel fienile quando furono svegliati da Lanciotto avvertito da Vladimiro Andrey, il russo, sceso per orinare.
Tutto accadde la notte del 3 gennaio:
Reparti di "repubblichini" partiti da Prato, Vaiano e Calenzano salirono verso il paese di Valibona.
Prima dell'alba, il paese era accerchiato.

In realtà la Calvana non faceva da base a nessun gruppo partigiano.
Il gruppo di Lanciotto Ballerini, al paese di Valibona, era solo di passaggio.
Dal monte Morello, luogo di raccolta, ormai sovraffollato di partigiani della piana, aveva avuto l'ordine di trasferirsi sulle montagne pistoiesi per unirsi ad altri gruppi già organizzati.

Era il 26 Dicembre 1943.

Discretamente armati, guadato il torrente Marina, salirono le pendici della Calvana fino al valico di Valibona. Qui, ben accolti e festeggiati dagli abitanti, si erano fermati al paese, con l'intento di rimanerci qualche giorno.

Purtroppo la loro presenza fu notata anche da persone meno ospitali.
Inoltre, incontri e scontri fra le pattuglie del gruppo e fascisti delle vallate, fece prendere infine, alle autorità di allora, la decisione di andare a stanarli. I giorni precedenti, in paese si notarono anche strani personaggi, probabili spie alla ricerca di informazioni.

Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, da Calenzano, Prato e Vaiano, ricevuto l'ordine di attacco, reparti della "guardia nazionale repubblicana" e del "battaglione volontari ettore muti", partirono in forze dai due versanti del monte, accerchiando il paese di Valibona.

Fascisti!
Fascisti dappertutto, siamo accerchiati!

Erano quasi tutti ragazzi inesperti, impauriti, di fronte alla loro prima vera azione di guerra.
Lanciotto, capita la situazione, piazzò Giuseppe Ventroni all'ingresso del fienile col fucile mitragliatore, poi dette l'ordine a Fernando Puzzoli di chiamare tutti gli altri per tentare di uscire dal locale sottostante.

Se qualcuno non vuol venire sparagli disse.

Ma ormai erano tutti galvanizzati dal suo esempio, dalla sua decisione, e si fecero coraggio.
Ne seguì una sparatoria furibonda.
Tentando di rompere l'accerchiamento cercarono di disperdersi, raggiungendo delle rocce poco distanti.

Lanciotto, rimasto con il Barinci aveva individuato la postazione della mitragliatrice e insieme cercavano di conquistarla.
Ma erano ormai sotto tiro, bersagliati da un tempesta di fuoco incrociato, e dopo aver sparato ancora per un quarto d'ora, venti minuti, appena Lanciotto alzò la testa per guardarsi intorno fu centrato da una pallottola all'occhio destro.
Morì all'istante.

Il Barinci sgomento, gridò ai compagni:

Ragazzi, Lanciotto

E si espose anche lui, tanto che una pallottola lo colpì al labbro dalla parte destra, gli attraversò la bocca e gli uscì dal collo, mentre un'altra, gli rimaneva conficcata nella base cranica.

Dopo la morte di Lanciotto si continuò a sparare ancora per un pezzo.
Luigi Giuseppe Ventroni fu trovato semicarbonizzato dall'incendio del fienile, dal quale col suo fucile mitragliatore aveva tenuto a bada gli assalitori fascisti, almeno finche' aveva avuto munizioni a disposizione, consentendo ai compagni di disimpegnarsi per rispondere all'attacco da posti diversi, poi pian piano i partigiani esaurirono le munizioni e cercarono di sganciarsi, fuggendo nel bosco.

Del gruppo, perse la vita anche Vladimiro Andrey il tenore di Mosca, tenente dei genieri.

"I partigiani della squadra di Lanciotto"

I partigiani della squadra di Lanciotto Ballerini erano 18, quasi tutti giovanissimi e di uno di loro conosciamo solo il nome, come risulta dall'elenco seguente:

Lanciotto Ballerini (Comandante della squadra)
Originario di Campi Bisenzio, Lanciotto è sempre stato antifascista. Dopo l'8 settembre disertò e in seguito è entrato nella resistenza. Aveva 33 anni e la stoffa del leader, grande esperienza di armi, di guerra e di comando e ben presto un gruppo di giovani gli si raccolse intorno riconoscendolo spontaneamente come capo.

Vladimiro Andrey, tenore di Mosca, tenente dei genieri.
Loreno Barinci, di Sesto Fiorentino.
Tommaso Bertovich, jugoslavo, evaso dal carcere delle Murate e Firenze.
Fernando Buccelli, detto "Il Grillo" di Sesto Fiorentino.
Giuseppe Galeotti, detto "Uragano".
Benito Guzzon, di Sambellino (Rovigo).
Stuart Hood, capitano inglese, detto "Carlino".
Matteo Mazzonello, di Trapani, detto "Rosolino".
Mirko, sovietico dell'Ucraina.
Mario Ori, di Firenze.
Ciro Pelliccia, di Afragola, detto "Napoli" o "Vesuvio".
Antonio Petrovich, jugoslavo, detto "Toni".
Fernando Puzzoli, di Campi Bisenzio, commissario politico.
Danilo Ruzante, di Anguillara Veneta (Padova).
Guglielmo Tesi, di Campi Bisenzio.
Vandalo Valoriani, di Sesto Fiorentino.
Luigi Giuseppe Ventroni, sardo di Oristano, classe 1922.
Corrado Conti, detto "Ciccio La Rosa" di Sesto Fiorentino.

Le Armi:

Arrivarono a Valibona con un fucile mitragliatore, tre o quattro bombe a mano ciascuno, moschetti individuali con diversi caricatori.