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Intervista ad Armando Bardazzi

Associazione Resistente, 20 dicembre 2001.

Come sei diventato partigiano?

Prima di spiegare com'è che sono diventato partigiano, bisogna spiegare com'è che sono diventato antifascista, che forse è più importante. Ma come si spiega una cosa così grande? Ci vorrebbero cento cassette e io non sono nemmeno un uomo di parole, ma semmai d'azione.
Io sono nato nel 1913; quando avevo 7 o 8 anni c'erano già i fascisti, intorno al 1921. Ricordo che due o tre volte la settimana venivano in squadra nel mio quartiere, alla Chiesa Nuova, per un certo Diego Mazzei, che credo fosse Caposquadra all'Officina dell'Orfanotrofio. Lo picchiavano spesso per le sue idee, era stato preso di mira. Loro non venivano mai da soli, ma in dieci o venti o cinquanta, comunque mai da soli. Era questo il loro coraggio. Questo è quello che ho visto da bambino.
Poi, all'età di 13 o 14 anni, cominciai a lavorare. Fui avvicinato da alcune persone che mi parlarono di politica e diventai comunista nella clandestinità. Essere antifascisti significava essere comunisti perché altri partiti non c'erano. Conoscevo solo qualche socialista. Quando iniziarono gli arresti e i tribunali speciali, infatti, in carcere c'erano sempre in maggioranza comunisti, oltre a qualche socialista e democristiani. Non eravamo comunisti per ideologia, ma perché era l'unico modo di opporsi al fascismo. Erano loro (i fascisti) che ci facevano diventare comunisti. In carcere il prigioniero politico poteva pentirsi e chiedere la grazia, o restare dentro.
Ma di cosa avremmo dovuto pentirci?
Di avere delle idee diverse.
C'è gente, come Terracini, che fatto 10/20 anni di galera, e la galera del politico non era come quella dei delinquenti comuni, che potevano uscire a lavorare nei campi o in fabbrica: il politico doveva scontare tutti gli anni dentro.

Quanti anni di carcere hai fatto?

Non lo so nemmeno io. Ho centinaia di arresti io, non uno. La prima volta ho fatto 6 mesi, poi due. Quando il Re o Mussolini passavano, ci arrestavano perché temevano che attentassimo alla loro vita. Ma in realtà i comunisti non pensavano che fosse utile uccidere un re. Qualche anarchico ha tentato, ma non è così che si fa la rivoluzione, ma con un complesso di masse tutte unite per rivoltare la società attuale in un'altra che tu credi migliore.
La Rivoluzione è quella francese, non quella fascista, che invece non ha cambiato nulla in meglio. Noi si lottava anche per quelli che avevano paura, per quelli che avevano famiglia; tutti avevamo famiglie: quante volte ho lasciato mia madre svenuta in mezzo alla strada mentre mi portavano via in manette. Eppure era la mamma e le volevo bene, ma sentivo che c'era qualcosa che mi attirava più del bene della mamma: ecco perché lo facevo. E combattevo anche per gli altri, per chi diceva di avere famiglia e magari aveva solo paura. Sono stato arrestato tante e tante volte che non ne ho più nemmeno l'idea precisa.
Fui arrestato nel '32 e feci dieci mesi. Poi ci fu l'amnistia per il decennale del fascismo e uscimmo. Fummo di nuovo arrestati nel '34 perché uno di noi, un istigatore, una spia aveva parlato. Bisogna considerare che non c'erano solo i gerarchi fascisti a fare il male ma anche l'OVRA, la polizia fascista, che ha fatto il male peggiore. Erano loro che volevano capri espiatori, come ad esempio uno come me, che a 18 anni in fondo cosa poteva sapere? Era impossibile non ribellarsi alle ingiustizie che si vedevano compiere ed era facile così ritrovarsi in carcere. In carcere poi cercavano di farti dire più di quello che sapevi.
L'organizzazione del partito era tale che al massimo se ne conoscevano cinque elementi, la cellula. E così ci picchiavano... si vedono? (Bardazzi ci mostra i segni lasciati dalle ferite subite ndr).

Fu nell'autunno del '43 che venni imprigionato a Firenze, da Carità (perché qui aveva fatto base precedentemente la banda Carità: Mario Carità aveva installato a Villa Forti in Via Benedetto Varchi 24 a Firenze la sede della sua banda, che aveva massacrato numerosi antifascisti ndr). Venni preso vicino alla strettoia di Piazza Mercatale, fra Via S.Antonio e Via S.Margherita; arrivando da Santa Margherita, sulla parte destra c'era la Carmen, una bottega di generi alimentari. Ero lì seduto quando passarono in macchina dei fascisti e dei repubblichini, di cui uno era vestito militare e gli altri in borghese. Tronci, o forse Martini, mi disse che erano passati più di una volta e che forse cercavano me. La pistola l'avevo già consegnata ad un compagno. Non li sentii nemmeno quando si fermarono; sentii solo quando uno di loro (quello che poi mi picchiò) disse:" Chi? Quello a sedere?". Alzai il capo e mi trovai il mitra puntato contro.

Mi portarono in Fortezza dove c'era uno squadrone nel corridoio e 24 (li contai) erano nella stanza dove mi portarono. Dopo un po' questo tizio (non faccio nomi)(...), e un altro (che poi durante la battaglia di Valibona sarebbe rimasto ferito), mi colpirono all'improvviso: mi ritrovai l'occhio in mano e il naso a brandelli. Arrivò Bresci e mi interrogarono accusandomi di avere contatti con gli inglesi e con i partigiani. Ma gli inglesi erano ancora lontani e i partigiani non erano ancora organizzati, c'era stata solo qualche scaramuccia. Quindi non sapevo niente. Il Bresci, il Luconi (che era in divisa) tirò fuori un pugnale e me lo puntò alla gola dicendo che avevo un'ora di tempo per confessare. Io rispondevo che stavano prendendo un granchio, che potevano uccidermi subito perché non avrei saputo dire niente. Il Brescino tentò di convincermi dicendo che era per il mio bene, che conosceva mio fratello e la mia famiglia; ma io non sapevo davvero niente.

Nel frattempo avevano arrestato anche il Segretario del Fascio di Viaccia, non per antifascismo ma perché non aveva voluto aderire alla Repubblica Sociale. Ci caricarono entrambi su una macchina diretta a Firenze, insieme al Maresciallo Repubblichino e agli altri due che mi avevano picchiato. Girammo mezza Firenze: non c'era posto per noi da nessuna parte. Alla caserma militare di Piazza San Marco ci dissero di andare al Villino Forti, che si trova oltre il Cimitero degli Inglesi. Il Villino era circondato da un cancello di cinque metri, al di là del quale si trovava un piazzale per le macchine e l'edificio con dei finestroni a pianterreno protetti da inferriate. Io fui messo nella stanza del carbone nello scantinato, nel quale, come mi resi conto più tardi, veniva scaricato il carbone dai finestroni con le inferriate; a un metro, un metro e mezzo dal finestrone c'era il corpo di guardia. Dopo qualche giorno (e non passava giorno che non mi facessero visita e mi pestassero, in particolare un paracadutista che ce l'aveva con me), mi fu detto che rischiavo il carcere e la fucilazione.
Una notte notai una chiavina appesa all'inferriata; vidi che era quella che usavano per aprire il finestrone e poi scaricare il carbone. Mi riproposi di tentare la fuga la notte successiva, ma la mattina arrivò nella mia stessa cella un ragazzo di 18 anni: questo complicava le cose e allora mi pentii di non essere fuggito subito. Il ragazzo era stato ferito da una pallottola di moschetto, ma affermava di essersi ferito da solo; cominciai a parlarci, per cercare di conoscerlo, fino a convincermi che dovevo necessariamente fidarmi di lui se volevo fuggire. Gli chiesi se sarebbe scappato con me e lui accettò pur essendo ferito, era antifascista da tempo.
Organizzammo dei turni di guardia. Mi disse che il primo tram era alle cinque di mattina, purtroppo sbagliando perché c'era già l'orario invernale (novembre 1943) e il tram non sarebbe passato prima delle sei. (...)
Uscii io per primo, attraversai il piazzale e iniziai la scalata del cancello, temendo il rumore che questo avrebbe potuto fare sotto il mio peso e il mio tremore. Mi buttai giù dall'altra parte, nella strada e notai subito un uomo che la attraversava e veniva verso di me. Io ero troppo riconoscibile, ferito in quel modo, allora me la diedi a gambe fino al Cimitero degli Inglesi, ma da lì non presi verso Prato, ma dall'altra parte, pensando di raggiungere il quartiere di San Niccolò, dove conoscevo una famiglia fidata. Presi un tram di corsa, ma andava nella direzione sbagliata: allora scesi e ne presi altri due fino al Ponte di San Niccolò. Lo attraversai a piedi cercando alla meglio di nascondere alla gente le mie ferite, e finalmente trovai accoglienza presso la famiglia, che mi aiutò e mi ospitò per tre giorni. Poi mandai uno di loro a Prato a chiamare il Bartolozzi perché venisse a prendermi. Tornammo a casa passando per i campi.
A casa rimasi poco (vd. Paragrafo successivo ndr). Successivamente (gennaio '44) vidi gli arrestati di Valibona scendere legati ai carri. A marzo poi vennero a cercarmi il Troncino e Quinto (Mario Tronci e Quinto Martini). Mi trasferii prima al piano, dove fin da bambino mi conoscevano tutti perché andavo a far colazione dal Nebbia, e poi salii ai Faggi di Iavello per maggiore sicurezza mia e delle famiglie di contadini che ci ospitavano. A famiglie come quella del Nebbia dovrebbero fare il monumento. Perché non solo i partigiani vanno ricordati: loro erano coraggiosi, avevano le armi e si potevano difendere; ma c'è un'altra categoria che ha fatto tanto e che non si è mai potuta difendere: quella dei contadini, che sfamavano i partigiani.

Dov'eri l'8 settembre del '43?

Il 25 luglio, alla caduta del fascismo, non ci furono atroci vendette nella nostra città, se si esclude il fatto successivo di Tantana, utilizzato anche contro i partigiani, che però ha più a che vedere con una vendetta personale nei confronti di chi aveva ucciso il fratello di Tantana appiccandogli il fuoco. Ci fu un periodo di 4/5 giorni in cui Prato era città aperta e ci si poteva vendicare senza essere condannati. Anch'io sono stato preso dalle circostanze; c'era un Maresciallo della Guardia di Finanza, certo Lippa, che non si era macchiato di episodi condannabili, ma aveva la colpa di essere fascista: sono stato io a dire che non andava condannato e ucciso. Se si fossero uccisi tutti i fascisti non ci sarebbe rimasto nessuno; e poi molti erano stati costretti a entrare nel Fascio da Mussolini.
Io poi passai un periodo fuori, anche nella provincia di Siena, con i fratelli Tofani e poi a Vernio con il Tronci e il Martini. E' con questi ultimi che ho vissuto le vicende successive e furono loro che, dopo esserci salutati alla Collina di Schignano, furono presi. Io, come ho raccontato, nel novembre fui arrestato e imprigionato a Firenze. Dopo la mia fuga, non potevo muovermi liberamente perché avevo sulla testa una taglia di Lit. 60.000.

Com'è nata la formazione partigiana ai Faggi di Iavello?

Il 7 marzo del '44 mi spostai dal Nebbia verso Iavello. Ci trovai il Ferri con 50/60 elementi che costituivano il nucleo della formazione Orlando Storai: dopo qualche giorno molti di loro vennero fucilati alle Cascine di Firenze. Il Ferri lo conoscevo bene e non perché fosse stato in carcere con me (lui fu arrestato nel '40 e scarcerato il 25 luglio alla caduta di Mussolini). Lui era il comandante militare. Io rimasi con loro senza nessun incarico particolare. (...)
Venimmo a sapere (anche noi avevamo i nostri informatori) che da Vaiano erano partiti 3 o 4 camion di fascisti per arrivare a Migliana e proseguire poi a piedi e venirci a snidare. Pensammo allora di andar loro incontro. Erano fermi a Migliana pronti a venire su per la mulattiera dei tabernacoli. Arrivati a 50 metri sopra di loro pensammo di fare un agguato. Invece a qualcuno di noi scappò un colpo (ma io penso che lo fece apposta per avvertirli) e i fascisti si misero in allarme. Ebbero il tempo di fuggire lasciando le armi e forse qualche ferito. Se non fosse successo questo li avremmo potuti prendere tutti (marzo '44).

Dopo questo episodio e dopo altre azioni (alla Briglia, a Vaiano etc.), tornati ai Faggi, ricevemmo l'ordine di partire e di portarsi sul Falterona. Partimmo e passammo la prima notte in Calvana, dal Fusi, in Valibona. (...) Da lì ci si portò sulla Cassiana, passando da Legri, fino a Monte Morello dove restammo 5 o 6 giorni. Al momento della partenza un comandante di Sesto Fiorentino ci chiese di prendere con noi una squadra di polacchi e due ragazzi italiani. Questi ultimi avrebbero dovuto servirci anche da guida.
Dopo la nostra partenza sul Monte Morello ci fu un rastrellamento e una battaglia con morti e feriti. Noi eravamo già in viaggio; non vi immaginereste mai chi erano i due ragazzi: uno era il regista Franco Zeffirelli e l'altro, Cicuzzi, forse genovese, divenne poi architetto. Di loro perdemmo le tracce strada facendo.
Dopo Pratolino, dalle parti di Fontebona e di Vaglia, dovevamo attraversare una strada, la ferrovia e il fiume, per portarsi, dopo un'enorme salita, vicino alla casa di un contadino dove avremmo dovuto piazzare il mitragliatore. Ma avvertimmo un movimento di truppe tedesche, prendemmo posizione con le sentinelle e ci preparammo. Ci fu un gran combattimento: ne uccidemmo 9 e dei nostri andò disperso un polacco. Dai documenti che prendemmo ai tedeschi si capì che si trattava di un'avanguardia addetta all'approvvigionamento di tutti i soldati tedeschi presenti nella zona comandata da un Tenente Colonnello, e che dietro di loro stava arrivando una grande colonna in movimento da Bologna verso Firenze. Prendemmo anche un prigioniero, un maresciallo che guidava la macchina del colonnello. Molti ragazzi si aggregarono a noi anche perché spaventati.

Arrivammo infine sul Monte Falterona, e lì sarebbero tanti gli episodi da ricordare.
Si venne a sapere che stavano organizzando un grande rastrellamento che partiva da Forlì fino a Firenze sulla linea Gotica. Noi eravamo sulla loro strada, tappezzata di sentinelle fasciste e percorsa dai tedeschi. Arrivarono fino al Falterona, a 1600 metri. Noi rimanemmo una ventina di giorni lassù senza viveri, con poche castagne secche e poca farina dolce, al freddo (era aprile), fino a quando non ci arrivò l'ordine di scioglierci e di ritornare ai posti di provenienza. Tre per tre, fra mille vicissitudini e passando sotto i ponti sui quali c'erano le sentinelle, ritornammo sul Gattaia. A Londa, in un fienile di un contadino, nascosti nel fieno, riuscimmo a scampare alle baionette che infilavano nella paglia per scoprirci. Ma eravamo talmente sommersi che non ci trovarono.
Per tornare cominciai a orientarmi con la "V" di Vaiano, quella V che disegnano i monti sopra Vaiano; già da Vicchio, da Dicomano, la V si vede e così io mi orizzontavo. Arrivammo a Barberino del Mugello, poi alle Croci e poi di nuovo in Valibona. Scendemmo alla Madonna della Tosse e trovammo i tedeschi ma non successe niente. Poi pensai di andare da mia sorella a Maliseti per riposarmi una decina di giorni (...).
Ma già il giorno dopo mi vennero a chiamare per andare alla Catena: lì ci trovai il Cantini, il Martini (mi pare) e altri. Mi dissero che sarei dovuto tornare su per organizzare una pista di lanci e così feci.
Io stavo dal Nebbia, dove tutti mi conoscevano fin da bambino; quindi anche per loro era pericoloso. Ascoltavo la radio ma era proibito e lì non mi potevo fidare di tutti: c'era il prete, c'era un maresciallo della Finanza addetto alla distribuzione dei sali e tabacchi a Prato; e poi ero ancora segnato dalle ferite: dopo mesi e mesi le cicatrici erano ancora fresche e il viso era nero.
Per giorni ho sentito alla radio lo stesso messaggio: "Martino non parte", che significava che non dovevamo agire, mentre noi aspettavamo il messaggio "Beatrice ti saluta" per prepararci ad accogliere il lancio. E più volte l'abbiamo sentito e ci siamo preparati inutilmente perché qualcosa impediva agli alleati di effettuare il lancio. Quante volte sono partito di notte dal Nebbia fino ai Faggi, al buio e al freddo per trovarci in 5/6 persone lassù e non riuscire a fare niente.

Cosa dovevano lanciare, delle armi?

Sì, ma anche persone e materiali vari. Dopo qualche giorno, mandai a chiamare il Martini (...) perché pensavo che il compito affidatomi fosse troppo difficile e rischioso soprattutto perché non sapevo più di chi potermi fidare. Ero comunque sempre un ricercato. Gli dissi che sì, avrei organizzato un campo per i lanci, ma a modo mio, cioè con persone fidate e fisse lì sul posto, magari a un chilometro di distanza ma tutte insieme, per poterle controllare. Martini era d'accordo con me. Io avrei utilizzato tutti ragazzi che erano stati con me nella Formazione Orlando Storai, fidati e coraggiosi (...). E così facemmo.

Avevamo organizzato il campo con i fari delle macchine in modo da spengerli e accenderli velocemente. La base era alla Casina Rossa, da Menghino. Una notte (fra la fine di maggio e i primi di giugno ndr) in cui c'era anche il Martini, sentimmo alla radio il segnale convenuto, ci portammo sul posto qualche ora prima. Da quel punto, come anche dalla Collina, si vede tutta Prato. L'aereo non doveva arrivare infatti dalle montagne ma dalla parte di Prato. Quando finalmente sentimmo il rumore dell'aereo, accendemmo i fari e l'aereo passò a 100 metri sopra di noi; fece vari giri e finalmente sganciò il materiale e cinque paracadutisti. Insieme a questi ultimi raccogliemmo tutto: sigarette, cibo, munizioni. Non trovammo però la radiotrasmittente (che dopo molto tempo venne trovata dal Fiondi e da altri). La mia prima preoccupazione fu quella di passare in rassegna gli uomini per vedere chi ci avevano mandato. Venivano caricati sugli aerei dalle parti di Bari e venivano lanciati nelle zone occupate. Uno di loro mi fece insospettire: mi sembrava di averlo già visto ma solo dopo mi venne in mente dove. Fu lui che poi fece accadere l'incidente, non posso dire altro.

Gli uomini vennero portati a Firenze, come seppi dal Martini, e la squadra addetta lanci ritornò da Menghino, alla Casina Rossa. Mentre eravamo lì, ci arrivò l'ordine di andare a Castello a svaligiare alla Todt (dal nome dell'ingegnere tedesco Todt che progettava le fortificazioni militari ndr) i magazzini di armi e cibo.
C'era già un accordo con quelli della Todt ed oltre a noi c'erano altre persone, per cui la cosa fu semplice. Tornammo carichi di roba: sali, tabacchi, armi. A Schignano ci venne incontro un uomo (Cintelli?) per avvertirci che al Piano i tedeschi di passaggio avevano portato via i cavalli precedentemente nascosti dal contadino Vannucci. Arrivammo allora lassù e iniziammo una battaglia contro i tedeschi che scapparono lasciando molta roba, i cavalli etc.
Dopo però catturarono il prete e il Vannucci; noi catturammo un tedesco mentre un altro, ferito, scappò. Loro ci fecero sapere che non erano interessati a noi ma che usavano quelle vie di montagna per evitare le strade principali. Noi chiedemmo e ottenemmo allora il rilascio dei catturati, ma non liberammo il tedesco: lo portammo con noi su ai Faggi, visto che restare da Menghino non sarebbe stato prudente. Intanto a Vaiano c'era un tedesco graduato che s'era fatto benvolere da tutto il paese; era entrato nelle grazie del popolo vaianese con l'intento di ottenere più informazioni possibili. Volevano sapere quanti uomini c'erano in formazione, che poi ancora non era organizzata come formazione vera e propria. Il Boldra mi pare (Livio Becheroni ndr) insieme ad altri (si trattava di soldati russi ndr) andò a prendere il tedesco. Disse subito che se ne sarebbe preso cura lui; qualcuno rispose che non era una buona idea: se gli fosse scappato o fosse successa qualche altra cosa, "ci avrebbe rimesso la buccia". Ma lui insistette. Intanto qualcuno di noi aveva già visto che nel portafoglio del tedesco c'era un foglietto arrotolato con su scritto quanto prendeva di paga nell'esercito tedesco. Un giorno mi mandarono a chiamare dalla Casina Rossa tramite l'Ofelia o la Ada perché andassi là per una riunione. Nel tempo che io rimasi giù (una notte), il tedesco venne portato giù al torrente Trogola per lavarsi, ma dopo qualche ora il Boldra e i russi tornarono da soli, senza più né la pistola, né il portafoglio del tedesco; dissero che era fuggito, ma gli altri non credettero a queste parole. Probabilmente i russi non avevano avvertito nessuno e lo avevano ucciso di notte, facendo sentire gli spari e creando scompiglio anche negli altri gruppi più lontani.
Fu allora che cominciammo a pensare di riorganizzare la formazione. Si creò una nuova squadra, con elementi di vari gruppi, di circa 200, 250 persone.

Tutto questo nel giugno del '44?

Sì, fu in quel periodo che nacque la Formazione Bogardo Buricchi. Era dopo l'11 giugno, la data della morte dei fratelli Buricchi.
Mandarono a chiamare tutti i gruppi della Briglia, di Vernio, Vaiano, S. Ippolito, Sasseta e si ricreò la nuova formazione. Il Commissario Politico era il Ferri, mentre il Sottotenente (o Tenente non ricordo) dell'Esercito, Nero, prese il comando militare. Poi per un disguido, per un errore fatto in un'azione fu rimosso e fui nominato io comandante militare, nonostante non avessi mai fatto il militare. Infatti ero stato riformato perché ritenuto socialmente pericoloso, anzi pericolosissimo. Non ero dunque un esperto, avevo solo un'esperienza di pochi mesi fatta sul campo. Ho sempre partecipato a tutte le azioni partigiane facendo coraggio a tutti, fino ai fatti di Figline, dopo i quali sono stato catturato due volte.
Nel settembre scendemmo una mattina giù a valle, fino ad arrivare laddove oggi inizia Via Sette Marzo, subito dopo Figline. Alla Pesciola avremmo dovuto trovare le nostre guide; siccome il Cantini (mi sembra insieme al Fiaschi) era sceso qualche giorno prima a valle fingendo di avere un braccio rotto e aveva trovato la strada libera, aveva pensato che fosse giusto farci scendere (era membro del Comitato di Liberazione). A me e ad altri invece quella strada non piaceva; ma anch'io sbagliavo quando dicevo che saremmo dovuti scendere non verso Figline ma verso la Briglia, perché, come avrei visto in seguito con i miei occhi, là era pieno di tedeschi.
Scendendo giù a Figline con tutti quegli uomini, dei quali molti erano giovanissimi, avevamo concordato che in caso di sconfitta o di attacco alla formazione saremmo tornati ai Faggi. Invece fummo presi alla sprovvista: ci trovammo in mezzo a delle piazzole, circondati dalle mitragliatrici tedesche, stesi a terra, sotto la pioggia, al punto che scavavammo per terra con il mento per ripararci dalla mitraglia alternata. Persi il Ferri, che passò le linee con mio cognato, e io rimasi con i fratelli Moggi, Ferruccio e Gino. Poco più su trovammo altri due di noi (...).
Ci incamminammo insieme verso i Faggi, ma a un certo punto ci trovammo all'improvviso davanti a due tedeschi armati, che probabilmente ci avevano visto arrivare. Ci disarmarono e, invece di riportarci verso Figline, dove era avvenuto il combattimento, ci portarono dalla parte opposta, sopra alla Foresta, lungo un sentiero stretto al punto che in due ci si passava a malapena. A un certo punto lungo il viottolo c'era uno spiazzo quadrato di circa 4 metri per 4 con una fonticina. Mi avvicinai alla fontana per bere e così fece anche il Moggi (Ferruccio: dei due fratelli è quello che Bardazzi chiama "il Moggi", mentre Gino viene chiamato spesso "il fratello del Moggi" ndr). Al Moggi, che a 21 anni aveva un fisico statuario ed era grande e grosso, dissi di cercare con cautela di metterseli alle spalle, senza però prendere l'iniziativa da solo. Camminavamo in fila: davanti i due ragazzi, poi Gino, il fratello minore del Moggi, e poi io e il Moggi Ferruccio. Quando quest'ultimo sentì che i tedeschi gli erano molto vicini non aspettò il mio segnale, ma si girò, li afferrò e li sbattè uno contro l'altro. Urlai allora ai due ragazzi davanti di fuggire, Gino invece rimase. Ferruccio prese uno dei tedeschi e io l'altro e con il moschetto li mettemmo fuori combattimento. Non ci venne in mente però di prender loro le armi che potevano invece risultare utili, visto che la zona era piena di tedeschi. Poi andammo via da lì, sotto la Casina Rossa dove avevamo la nostra capanna. Io non stavo bene: avevo la febbre; quando seppero che eravamo giù venne il Benesperi e mi fece una puntura. Nel frattempo passò un gruppo di tedeschi diretti ai Faggi di Iavello sulla strada di Noceto e Poggio Rotondo. Pensammo allora di andarcene da lì passando però da Schignano e in Vallupaia.

Quando arrivammo lassù, la visibilità era cattiva perché continuava a piovigginare; i tedeschi erano a circa 40 metri da noi ma siccome nella nostra formazione c'erano anche dei russi vestiti da tedeschi, io vidi del movimento ma pensai che fossero loro. Quando mi accorsi che si trattava di tedeschi, ormai era tardi. Furono momenti di confusione totale; mentre ci catturavano, qualcuno dei prigionieri che avevano preso prima di noi riuscì a fuggire. Eravamo io, i fratelli Moggi, il Vannacci, (...) che era di Sasseta, e un pisano (amico di quello che poi si sarebbe salvato a Figline). Ci fecero incamminare verso Figline: durante il primo tratto non riuscimmo a far niente per scappare; quando passammo in Vallupaia molte persone ci videro, per esempio il partigiano Fiorenzino e il cosiddetto Marocchino; nel passare davanti a casa del Menghino la Ofelia e quella del Fantaccini ci videro e ci vennero dietro con molto coraggio ma i tedeschi le scacciarono. Mancavano due ore di cammino per arrivare alla Villa del Dami. Ci arrivammo e ci portarono subito alla villa del Biagioli dove rimanemmo fino a sera mentre loro facevano i processi. Il Biagioli mise qualche parola buona per i partigiani ma non lo presero nemmeno in considerazione.
Ferruccio Moggi era molto preoccupato ma io lo rassicurai: "Ancora non sappiamo dove ci vogliono portare e quando si parte vediamo il da farsi". Infatti ci vennero a prendere in tre e noi eravamo sei. Arrivati ai cipressi vicino alla villa, i tedeschi presero la strada verso i monti e non verso Figline, che significava per noi maggiori possibilità di fuga. Ci accordammo: arrivati al punto giusto ci saremmo dati un segnale e avremmo agito. A un certo punto del cammino il Vannacci e il fratello del Moggi erano dalla parte del bosco e io da quella del lago. Si sentì un urlo: era il Moggi che aveva preso per la gola il tedesco che chiudeva la fila e tentava di strozzarlo. Allora quelli in vetta alla fila si buttarono sul tedesco che li sorvegliava e lo presero, mentre il Vannacci senza pensare a niente si buttò in un casciaio e fuggì (qualcuno ha avuto le spine infilate nei piedi per mesi e mesi). Io e Gino balzammo sul tedesco vicino a noi ma io avevo la febbre e non pensai nemmeno a tirar fuori il coltello. Furono attimi di angoscia: il fratello del Moggi capì che non ce l'avremmo fatta. L'azione infatti non era stata preparata: il Moggi aveva fatto di testa sua, senza che noi fossimo pronti. Gino chiamò allora Ferruccio che, credendo di avere ormai finito il tedesco, si alzò per venire ad aiutare noi e lasciò lì il tedesco senza nemmeno prendergli il fucile. Purtroppo, mentre veniva verso di noi, il tedesco si rialzò e gli sparò passandolo da parte a parte.

Io mi trovai in una circostanza brutta; fui costretto a portare via Gino con la forza dal corpo del fratello, dovetti buttarlo nel casciaio e andargli dietro. Cominciammo ad andare verso Cerreto e poi da lì alla Madonna della Tosse, ma il territorio era sempre più difficile da penetrare: era un groviglio di cavi e fili impiantati ovunque. Fu terribile: si prese anche l'ultimo bombardamento degli americani, con il rischio di venire uccisi dagli alleati dopo essere scampati ai tedeschi. Era buio, eravamo scalzi, il Moggi e il Vannacci erano pieni di spine. Passammo il fiume e ci portammo verso Filettole, ma forse lì era ancora peggio. Dai Cappuccini risalimmo quasi fino alla Querce. Da lì si scese informandoci presso le case dei contadini: così si seppe che lì erano già stati liberati.
Qualcuno ci offrì un passaggio per arrivare a Prato, ma noi si volle finire a piedi. Arrivammo a Prato in condizioni spaventose ... Così è la vita... (...)

L'intervista è stata riveduta e corretta a cura della redazione.