Associazione Resistente, novembre 2001.
Io sono diventato partigiano effettivo il 20 febbraio del 1944, con il nome di battaglia "Il Morino", come ho sempre dichiarato. In realtà era già dal 19 novembre del 1943 che mi trovavo in clandestinità, avrei potuto dichiarare di essere stato partigiano fin da allora per avere un riconoscimento in più, ma ho detto la verità perché in quel periodo non ero partigiano combattente.
Nel luglio del 1943 non avevamo più né fascioni né
camere d'aria per viaggiare in bicicletta. La guerra durava ormai dal
giugno del '40 e le condizioni di vita in Italia erano di giorno in
giorno più brutte. Dunque io dovevo andare a lavorare a Prato
(dal Franchi in Piazza San Marco) in treno.
La mattina del 27 luglio, due giorni dopo la caduta del governo Mussolini,
eravamo andati in sette o otto persone alla stazione di Sesto Fiorentino
a fare l'abbonamento ferroviario. Io incontrai fuori dalla stazione
un amico che mi invitò ad andare con lui in Piazza Ginori a Sesto
per incontrare un amico di suo padre. Davanti Palazzo Pretorio in Piazza
Ginori c'era una manifestazione contro il fascio; nel palazzo era stata
trovata e requisita diversa roba: lana per i militari di Russia, fiaschi
di olio etc. Io e il mio amico entrammo nel palazzo a vedere, anche
per curiosità; poi io lo persi di vista ed uscii fuori con l'idea
di tornare a casa. Fuori c'erano dei carabinieri (sei in tutto) che
non mi permisero di andarmene e, per dirlo brevemente, mi ritrovai alle
Murate insieme ad altri 65 sestesi: io ero l'unico di Settimello (infatti
il mio amico era riuscito ad andarsene per tempo). Fu proprio il destino,
in fondo io non ero andato in piazza per manifestare, non ero un antifascista,
non c'era ancora in me un'idea politica. Eravamo giovani e acerbi di
politica.
Quando arrivammo alla Caserma di Pubblica Sicurezza vicino all'ospedale San Giovanni di Dio, c'erano il maresciallo Gioia e il maresciallo Rugani che ci chiesero le generalità e ci fecero passare attraverso un corridoio stretto dove quattro energumeni muniti di pugno di ferro e di scudiscio ci presero tutti a botte. Ci misero poi in una cella di sicurezza dove altri prigionieri più anziani, circa 15, erano feriti e sanguinanti. Capimmo che a noi in fondo era andata bene. A noi più giovani dissero di metterci da una parte.
Diciannove, compiuti proprio in quel periodo.
Dalla cella di sicurezza, la sera stessa, ci fecero spostare nel piazzale
dove ci medicarono perché il direttore delle Murate non voleva
vedere sangue. Poi ci misero in 22 in una cella di 5 metri per 3 e ci
fornirono di catinella, cucchiaio di legno e coperta. Restammo pigiati
in quella stanza fino alla fine di agosto, quando ci fu il processo,
a Firenze, di fronte a un tribunale militare. Il tribunale riconobbe
che se le stesse accuse ci fossero state rivolte, anziché il
27 luglio, prima del 25 per noi ci sarebbe stata la fucilazione.
Eravamo accusati di aver commesso atti vandalici. Ma non eravamo vandali.
Ci condannarono a tre mesi di arresto e restammo in carcere fino al
5 ottobre 1943; riuscimmo infatti a uscire qualche giorno prima perché
in carcere con noi c'era il figlio naturale dell'avvocato Meschiari:
la madre gli chiese di liberare non solo suo figlio ma anche tutti noi;
e lui era un uomo abbastanza potente perché era stato prefetto
durante il fascismo; volle una dichiarazione scritta da parte nostra
che pensava gli sarebbe potuta risultare utile in futuro in caso di
vittoria degli alleati. Infatti nel frattempo c'era stato l'armistizio.
L'8 settembre, alla notizia dell'armistizio (che girò di notte
di cella in cella), era rinata in noi la speranza e la gioia. Il giorno
9, la mattina, era entrato in cella lo scopino e ci aveva detto che
i tedeschi erano già alla porta.
Infatti alla Fortezza da Basso i tedeschi avevano disarmato 4000 soldati
italiani.
Fino ad allora io ero stato nell'Azione Cattolica che era l'unica associazione
rimasta legale durante il fascismo. Durante la prigionia nessuno di
loro venne però a darci una mano, nessun rappresentante della
Chiesa venne a trovarmi; soffrimmo molto in quei giorni di carcere,
eravamo in fondo ancora dei ragazzini.
Lì avvenne un cambiamento in me, cominciai a chiedermi cosa fosse
vero di tutto quello che ci avevano raccontato in quegli anni. Era caduto
Mussolini ma non era cambiato nulla; era stata solo una mossa politica
per salvare i Savoia e conseguente anche alle agitazioni e agli scioperi
del marzo del '43. Dopo l'8 settembre ci rendemmo conto di tutto questo.
Dopo averci liberato il 5 ottobre, ci portarono nella ricostituita
Casa del Fascio di Via San Gallo dove c'erano ad aspettarci il prefetto
Raffaele Manganiello (che durante i 45 giorni del
governo Badoglio, subito dopo il 25 luglio, era stato rinchiuso nelle
prigioni di Forte Boccea, e che era stato richiamato a coprire la carica
di prefetto dopo l'occupazione tedesca della città di Firenze,
avvenuta senza resistenza l'11 settembre '43 ndr) e Mario Carità
(il famigerato capo dell'ufficio politico investigativo fascista
ndr).
Quest'ultimo non lo vedemmo, era nei suoi uffici, ma fuori c'erano in
suoi scagnozzi. Uno di questi, molto giovane (i repubblichini li reclutavano
spesso nei riformatori minorili), con un mitra in mano, disse, rivolto
a noi: "Questi qui, con un caricatore, si fanno fuori tutti".
Sono parole che ti restano in mente.
Il 25 settembre si era ricostituito il Partito Fascista ed era nata
la Repubblica Sociale Italiana. Al momento di liberarci, Manganiello
ci disse di andare a comunicare ai nostri compagni che lo stato non
era più quello di prima: c'era una repubblica che avrebbe portato
benefici al popolo italiano. I nostri compagni avrebbero dovuto tornarsene
a casa e stare tranquilli.
Tornai a casa con mia mamma, da Firenze a Sesto Fiorentino in tramvai
e poi in carrozza perché non ce la facevo proprio a camminare:
avevo mangiato quasi solo cavolo e mai carne, se si escludono i vermi
che si trovavano nel cavolo.
Da quel momento in poi ci fu una totale repressione. Il 19 novembre
decisi di non presentarmi a combattere con l'esercito repubblichino,
dopo quello che era successo.
Sì, il 19 novembre mi arrivò la cartolina precetto, quella rosa. Siccome io ero in aviazione, non mi avevano ancora precettato. Nel mese di novembre la cartolina arrivò a noi dell'aviazione e a quelli del II quadrimestre, tutti più o meno diciannovenni.
Sì, furono pochi quelli che si presentarono. Questo era il primo
richiamo alle armi dello stato repubblichino. Lo scaglione precedente,
verso il mese di giugno, era andato a combattere ancora per l'esercito
del re. Molti evitarono di andare a combattere con i repubblichini diventando
partigiani.
Con noi c'erano siciliani, calabresi, gente da tutta Italia. Al momento
della mia scelta, io rimasi a casa, non andai via. Il babbo segò
le sbarre di una finestra di casa in modo che potessi scappare in qualsiasi
momento. Ma a Calenzano avevamo la fortuna di avere, a capo della caserma
dei carabinieri, il maresciallo Pierantozzi, quello che poi uccisero
durante la battaglia di Valibona.
Lui rimase militare nell'esercito repubblichino, ma non contribuì
in alcun modo ad aiutare i fascisti. Infatti non vennero mai i carabinieri
a cercarmi, ben sapendo che ero renitente alla leva (…).
Dopo diversi anni, noi facemmo una richiesta affinché venisse
dato un riconoscimento postumo a quest'uomo, ma la richiesta non venne
accettata perché in fondo lui aveva aderito alla Repubblica Sociale.
Non accadde niente. La ex Casa del Fascio, dopo essere stata per qualche anno Casa del Popolo, è diventata l'attuale Caserma dei Carabinieri. Infatti nei primi anni '50 un decreto governativo dell'allora Ministro degli Interni Scelba stabilì che tutte le ex Case del Fascio dovevano tornare in proprietà dello Stato.
Come dicevo, i carabinieri non vennero mai a prelevarmi; nel gennaio
del 1944, mentre andavo verso la Torre di Baroncoli sul Monte Morello
a trovare la mia fidanzata, sentii sparare: era l'eco lontana della
battaglia di Valibona. Lassù alla torre era facile incontrare
molti antifascisti sfuggiti alla polizia, alla galera o al confino.
Cominciai a parlare con loro ed espressi il desiderio di entrare anch'io
nelle loro fila. Ma solo verso il 18-20 febbraio, una sera, mi fu proposto
di partire con loro. E così partii, purtroppo senza poter salutare
la mia famiglia, i miei genitori e il mio fratellino.
Dissero che ci avrebbero pensato loro. Partimmo la sera stessa in dodici,
con una guida che ci portò a Gattaia, sopra Vicchio. Arrivammo
la mattina dopo e lì trovammo una formazione di partigiani già
costituita: la Giovanni Checcucci di circa 150 uomini. Il 6 marzo fui
nominato portavoce del Comandante della Formazione Romeo Fibbi e da
lì cominciò la mia avventura, entusiasmante e pericolosa
al tempo stesso.
C'erano i gappisti nei centri urbani (GAP= Gruppi di Azione Partigiana
ndr), i gruppi e le squadre (SAP= Squadre di Azione Partigiana), le
Formazioni, con centinaia di persone, a loro volta costituite da Brigate.
La Formazione aveva un Comandante Militare, un Commissario Politico
e i loro vice.
Il primo periodo che passai in formazione fu un periodo tremendo. Non
passavamo giorno senza combattere. Una delle battaglie più importanti
la combattemmo insieme alla Formazione Faliero Pucci, che stazionava
sul Monte Giovi, mentre noi arrivavamo da Gattaia. Ci dovevamo incontrare
alle nove di sera, nel senso che a quell'ora avremmo attaccato contemporaneamente
i fascisti da due direzioni diverse, a Vicchio. La Formazione Checcucci
doveva occuparsi delle scuole, della caserma e delle poste (mi pare)
e la Pucci doveva attaccare la stazione e controllare la viabilità
verso Vicchio in modo da prevenire contrattacchi. Fu un successo.
Successivamente, nell'aprile, ricevemmo l'ordine dal Comitato Centrale
di Firenze (CTLN= Comitato Toscano di Liberazione Nazionale) di portarsi
in località S. Paolo in Alpe, vicino al Monte Falterona, dove
avremmo dovuto ricongiungerci alle Brigate Romagnole che, rispetto a
noi (divisione d'assalto), erano già un piccolo esercito.
Partimmo da Vicchio e arrivammo a Marradi il Giovedi Santo del 1944;
il venerdì eravamo a Campigno e la notte successiva ci attaccarono
a Pian degli Alari. Andammo avanti e, passato il Muraglione, il lunedì
di Pasqua eravamo ai piedi del Monte Falterona. Il martedì, senza
che ce ne rendessimo conto, ci trovammo dentro il cerchio della zona
di rastrellamento condotto dal battaglione Ettore Muti, divisione Goering
delle SS, e dai carabinieri.
A San Paolo in Alpe incontrammo una divisione di partigiani delle Marche
e finalmente (dal giovedì precedente) riuscimmo a mangiare perché
loro avevano ammazzato un vitello.
La sera stessa, il martedì, venimmo attaccati e circondati. Pensammo
allora di ritornare sul Monte Giovi seguendo un tragitto che ci portò
a Rincine, sopra Dicomano, il mercoledì. Romeo (Romeo
Fibbi ndr) mandò avanti una squadra in avanscoperta.
Quegli uomini, in località Castagno vicino a San Godenzo, incontrarono
una signora con un bambino la quale disse loro di aver visto una squadra
di partigiani salire da valle. In realtà la donna aveva visto
una compagnia di tedeschi, che usavano portare un fazzoletto rosso al
collo quando ci attaccavano. I nostri compagni capirono che si trattava
di tedeschi quando li videro arrivare dal tornante, a circa 50 metri.
Fu aperto immediatamente il fuoco e la squadra si ritirò verso
di noi, che eravamo fermi su una montagnola. Quando iniziò la
sparatoria, fu dato ordine a due fucili mitragliatori di rimanere sulla
montagnola insieme ad altri quattro partigiani con due fucili di scorta,
mentre il resto della divisione si ritirò sul costone che per
fortuna era proprio dietro di noi. Quando si arrivò a metà
costone, i fucili mitragliatori si erano già inceppati (bastava
infatti un granello di sabbia a metterli fuori uso) e dunque anche i
compagni rimasti indietro furono costretti a ritirarsi. La nostra fortuna
fu che i tedeschi erano armati di maschinenpistole (dal
tedesco: fucile mitragliatore ndr), un'arma che non supera i
50 metri di traiettoria.
Quando le pallottole arrivavano vicino a noi, avevano perso del tutto
potenza, ci cascavano ai piedi. Infatti riuscimmo in breve a dominare
da lì tutta la valle. Ne uccidemmo 14 e non riportammo feriti.
Il giorno dopo vidi io stesso i caduti.
Perché il fronte di Roma si stava sfaldando e i tedeschi cercavano in quel momento di assestarsi sulla linea gotica. Noi non conoscevamo bene la zona del Monte Falterona: perciò il comandante aveva bisogno di un volontario che andasse a cercare delle guide che ci aiutassero ad uscire dal cerchio del rastrellamento. Molti di noi si erano dispersi (e molti li avrebbero poi ritrovati sul Monte Giovi) e dunque noi non eravamo più 150, ma almeno la metà, 70/75. Eravamo diventati un piccolo gruppo, dovevamo camminare lassù con la neve a metà gamba, con grande fatica e freddo, senza cibo, senza coperte per la notte, isolati. Quando il comandante chiese se c'era un volontario, lo fece in quanto sapeva che altrimenti sarebbe toccato a me, in quanto staffetta di collegamento e portaordini, e gli dispiaceva, dopo tanto tempo passato insieme, dovermi dare l'ordine perché sapeva che sarebbe stato difficile riuscire a tornare. Al momento in cui dovette dirmi di andare, quasi piangeva e volle darmi anche il suo impermeabile che mi avrebbe aiutato a farmi passare per civile. Mi mandò disarmato perché, se mi avessero catturato, avrei potuto inventare qualcosa e riuscire a salvarmi. E così andai, da solo.
Scesi giù verso due villaggi: Pian del Grado e Val Biancana.
Vicino al primo dei due trovai due ragazzine sui 14-17 anni vicine ad
una fontanella. Quando mi fermai a bere, la più grande capì
che ero un partigiano e mi disse che in paese c'erano i tedeschi. Si
offrirono di andare a vedere se era possibile passare e uscire dal cerchio
del rastrellamento. Quando, dopo circa un'ora, tornarono da me, dissero
che i tedeschi erano indaffarati a costruire piazzole militari e che
non sarebbe stato facile passare (mi portarono però una focaccina).
(….)
Durante tutta la lotta partigiana le difficoltà erano venute dai fascisti. Erano loro che facevano da apripista ai tedeschi prima di ogni battaglia in montagna; erano loro che conoscevano i luoghi; erano loro, anche i semplici cittadini, che facevano la spia. Spedivano lettere anonime alla questura o alla casa del Fascio per segnalare gli antifascisti: ti potevi trovare in carcere da un momento all'altro senza sapere perché. Quando un personaggio importante da Roma veniva in visita a Firenze, c'erano persone che venivano tenute in carcere senza un motivo finché il personaggio non se n'era andato.
Arrivammo a Firenze il 4 agosto. Il 12 luglio si era formata la Divisione
Arno, composta da quattro brigate: la Ventiduesima Brigata Lanciotto,
la Ventiduesima Brigata Sinigaglia, la Decima Brigata Caiani e la Fanciullacci.
Esse provenivano rispettivamente da Prato Magno, Monte Croce, Monte
Giovi e Monte Morello e dovevano portarsi verso Firenze. Solo due brigate
raggiunsero Firenze e parteciparono alla liberazione. Le altre due si
frantumarono e di loro parteciparono solo alcuni gruppi e elementi.
Noi partimmo da Prato Magno, attraversammo Figline Val d'Arno, arrivammo
a Greve in Chianti e il 14 luglio entrammo nel bosco di Candeli vicino
a un convento di frati nella zona di Bagno a Ripoli. (…).
Lì dovevamo aspettare il collegamento con gli Alleati per entrare
a Firenze e liberarla. Avevamo cavalli, muli, eravamo tanti e c'era
il pericolo di essere scoperti dai tedeschi che avevano piazzato dei
cannoni proprio al di là del fosso vicino al bosco. Noi sapevamo
che c'erano ma non potevamo agire per non rovinare l'azione congiunta
con gli alleati su Firenze.
Verso il 25 luglio ci fu l'incontro con gli alleati, che ci rifocillarono
(avevamo mangiato fino ad allora quasi solo pere). Ci spostammo poi
da lì verso Bagno a Ripoli e Firenze. Quando i tedeschi videro
la nostra colonna passare su un ponte, iniziarono a prenderci a cannonate
(io stesso ero ferito ad una gamba). Passato Bagno a Ripoli, Viale Giannotti
e tutto l'Oltrarno, arrivammo a Villa Cora a Porta Romana e lì
piazzammo il comando. Eravamo noi della Lanciotto e quelli della Sinigaglia.
No, la zona che avevamo passato era già stata sgomberata dai tedeschi. (In Oltrarno il CTLN già il 30 luglio aveva nominato una sua delegazione, capeggiata dall'avvocato Francesco Berti, per assumervi i poteri prima ancora che i tedeschi se ne andassero ndr).
Il 4 agosto eravamo a Villa Cora. La mattina del 5 Potente, il comandante
di divisione Aligi Barducci, venne convocato dal Governatore del Comando
Inglese (Colonnello Benton Jones, che gli alleati
avevano nominato governatore della città ndr).
Gli inglesi ci tenevano ad essere i primi. A Potente fu detto in quell'occasione:
"Voi avete portato a Firenze la vostra divisione per liberare la
città; avete fatto fino ad ora il vostro dovere, ma ora tocca
a noi". In pratica il governatore chiedeva il disarmo della divisione.
Potente rispose allora di aver portato la divisione per liberare Firenze
e che dunque avrebbe liberato Firenze. Così ci riferì
quando tornò a Villa Cora. Ci disse anche di non abbandonare
le armi ma di essere pronti a combattere. Poi gli inglesi inviarono
però un loro incaricato da Potente per invitarlo ad un nuovo
colloquio con il governatore. Questa volta gli fu chiesto di collaborare
ad un piano per liberare l'Oltrarno dai franchi tiratori, che in questa
zona della città tendevano già imboscate anche a civili.
Firenze è stata la prima città ad avere i franchi tiratori.
Fu una dura lotta: non si poteva bombardare la città per estirpare
i franchi tiratori. Anche a me spararono diverse volte: una volta in
Via delle Caldaie e un'altra di fronte a Palazzo Pitti: mi spararono
da un tetto una raffica che ancora mi chiedo come abbia fatto a salvarmi.
Fu un combattimento casa per casa, che coinvolse la popolazione: entravamo
e chiedevamo alla gente di uscire e di sgombrare i quartieri portandosi
dietro solo il necessario.
Il comando era nel distretto di Santo Spirito. La notte del 7/8 agosto
Potente fu colpito da un colpo di mortaio che, attraverso la Chiesa
di Santo Spirito, entrò vicino alla porta del comando dove si
trovava Potente con un Capitano della Marina Inglese. Potente fu ferito
in due posti, venne operato, ma la seconda scheggia gli fu fatale.
L'11 agosto ricevemmo l'ordine di attraversare l'Arno. La città
era devastata, non solo dai franchi tiratori ma anche dalla mancanza
di acqua, per il bombardamento delle tubature, e di cibo. Era scontro
continuo e la situazione era drammatica in tutta Firenze, non solo in
Oltrarno.
La lotta contro i franchi tiratori toccò quasi tutta a noi.
Gli inglesi ci coprirono solo una volta, sui Lungarni. (in effetti l'immobilismo
delle truppe anglo-americane era dovuto ad una precisa scelta militare:
lo stesso generale Alexander pensava che i tedeschi volessero assestarsi
sulla linea dell'Arno e preferiva dunque combattere ai due lati della
città e lasciare il centro a se stesso con un solo avamposto
sulla riva sud, in contatto con il CLN e i partigiani ndr). Dal 6 all'11
agosto i partigiani liberarono la città dai franchi tiratori:
più che una battaglia fu un rastrellamento.
L'11 agosto, alle 10 di mattina, si passò l'Arno (eravamo due
compagnie) dalla Pescaia di Santa Rosa, con l'acqua piuttosto alta,
nonostante fosse estate. Altre due compagnie della Brigata Lanciotto
Ballerini erano invece in Via Mannelli a Campo di Marte. I ponti infatti
erano già tutti saltati, escluso Ponte Vecchio, dove attraverso
il Corridoio Vasariano, passò anche la Giunta di Governo della
Città. Il ponte fu salvato grazie alla chiusura del passaggio.
Così, quando gli inglesi arrivarono in città, trovarono
un governo già insediato. Le ali delle formazioni (la Lanciotto
dal centro e da Via Mannelli e la Sinigaglia dal Ponte alla Vittoria)
strinsero i nemici in una morsa. Ma alla Fortezza da Basso fu dura,
con combattimenti cruenti e perdite di tanti compagni.
I nostri comandanti furono bravi ma quando chiedemmo agli inglesi dei
carri armati che ci appoggiassero nel passaggio del Mugnone, ce li rifiutarono.
Erano accampati in Viale Matteotti e avevano lì, fermi, i loro
carri armati, come videro i nostri stessi comandanti. Il fatto è
che gli inglesi aspiravano ad insediare un governo nella città
che non fosse troppo indipendente dal comando alleato e avrebbero voluto
per questo disarmarci. Ma noi andammo avanti con le nostre forze e solo
il 7 settembre alla Fortezza da Basso deponemmo le armi.
Noi però nel frattempo non ci eravamo fermati a Firenze, ma avevamo
proseguito fino a Sesto (liberata il 1° settembre) e poi eravamo
tornati a Firenze. (…)
Sono tanti i compagni che ricordo: fra loro anche Dante Valobra, uno
dei quattro fratelli ebrei che erano con noi in formazione.
L'intervista è stata riveduta e corretta a cura della redazione.